Ieri ho ricevuto questo fischietto che porta la scritta “Sono mia” – realizzato da una donna meravigliosa qual è Cinzia Macchi – il cui intero ricavato va a donne che sono state vittime di violenza. Ogni anno partecipo, ogni anno il mio cuore vibra per questo progetto e ogni istante in cui sento parlare di violenza sulle donne mi percorre un brivido.
Il viaggio è stato molto lungo e il brivido di oggi ha una velocità e una intensità diverse rispetto anche solo a quello di pochi mesi fa. La mia anima non smette mai di scavare dentro sé e di evolvere, di guardare in faccia quelli che chiamo “i miei demoni”.
Tempo fa, durante un evento dedicato alle moto, mi si è avvicinata una donna chiedendomi se volessi fare una donazione per una piccolissima associazione che si occupa di donne maltrattate e dei loro figli. Ci siamo fissate per qualche istante e… ci siamo riconosciute. Chi ha vissuto una cosa del genere porta una sorta di tatuaggio indelebile dentro agli occhi e nel cuore. Questo tatuaggio era in entrambe… Me lo ha chiesto lei e ho risposto di sì. Mi ha confidato che il modo sensibile in cui le ponevo domande faceva comprendere che sapessi nel profondo di cosa si tratta. Era stupita che ne fossi uscita da sola.
A volte, quando ripenso alla mia vita, lo sono anch’io.
Per tanto tempo, non sono stata stupita del fatto che mi ero “salvata”, quanto sul come io avessi fatto a cacciarmi dentro una situazione del genere.
Da che io ricordi, già a quattro anni, ero una “ribelle”. Banalmente non accettavo che mi si dicesse che faceva freddo e che dovevo indossare, ad esempio, la calzamaglia sotto al mio abitino di tulle e velluto. Quando me la infilavano, io la tenevo per poco e, non importava dove fossi, ma me la toglievo! Non sentivo freddo, perché mettere le calze?
Avevo 23 anni quando ho conosciuto il mio “carnefice”. Ero una ragazzina che vedeva davanti a sé un futuro di libertà. Stavo studiando lingue e intendevo prendere la specializzazione come interprete; volevo viaggiare, conoscere il mondo, non miravo ad avere una residenza fissa e, soprattutto, avevo deciso di non avere legami o, potrei dire oggi, radici.
Conoscerlo ha cambiato i miei piani e poi i tracciati della mia mente e della mia anima.
Ricordo benissimo la prima volta in cui mi ha picchiata, ricordo lo scandire di ogni istante, ogni singola percossa e parola e ricordo anche il dopo.
La cosa è continuata per anni, non solo le percosse, ma il lavoro lento e profondo che ha fatto nella mia psiche per arrivare ad annullarmi. Mi ripeteva che non valevo nulla, che mi avrebbe “raddrizzata”, che dovevo abbassare lo sguardo, che non potevo parlare fissando un uomo negli occhi, che… che… che…
Intanto, però, i miei soldi e la mia mente che fabbricava idee gli andavano molto bene per mantenere se stesso, tutti i suoi capricci e tutte le persone a lui care. Oggi arrivo addirittura a sorridere, forse con un ghigno anche, di fronte al ricordo di certe strisciate di carta di credito.
Lo ho sposato quell’uomo!
Pensavo, credo, che l’avrei “salvato”!
Pensavo che la vittima fosse lui, vittima dei suoi demoni mentali, dell’alcool e della droga di cui faceva uso. Io che ero astemia e che non mi sono mai fatta nemmeno una canna! La vita ha davvero un senso dell’umorismo bizzarro a volte!
Una mattina, dopo avergli risposto male, perché ogni tanto il lupo selvaggio che era in me riaffiorava, mi ha dato un calcio sotto la pianta del piede – ero a terra – che mi ha fatto portare il gesso per 40 giorni. Ma il gesso e quella riabilitazione lenta e quotidiana non mi bastarono per mettere la parola fine.
Continuavo a mentire al mondo e a me stessa. Forse non mi mentivo nemmeno, forse non esistevo più. È quello che mi sono ripetuta negli anni a seguire. Mi guardavo allo specchio e: “Sara, dove sei stata tutto quel tempo?” e, forse, le mie lucubrazioni mentali mi stavano portando a indossare il ruolo del carnefice di me stessa. Per anni mi sono chiesta, accusandomi crudelmente, dove fossi mentre vivevo quella vita. Perché avevo permesso tutto quello che avevo subito? Non mi ponevo le domande giuste. L’ho capito dopo!
Poi… mentre quella vita con lui continuava “nascosta agli occhi del mondo”, come se fosse una sceneggiatura teatrale che non aveva mai una prima ma infinite prove su un palco di un teatro di provincia, tutto andava a rotoli ed io avevo perso ogni grammo di una mia possibile libertà. Un giorno mi resi conto che, ormai, ogni volta che mi menava, poteva ammazzarmi. Era sempre più evidente che prima o poi da quel pavimento non mi sarei più rialzata! Una mattina, guardando i lividi su viso e corpo e cercando di spazzolarmi delicatamente perché il cranio era davvero dolorante, mi sono detta che in fondo – se fosse accaduto – sarebbe stata una morte solo fisica perché dentro ero già deceduta. Il mio sguardo era vuoto, senza colori, in quel momento era lucido, avevo esaurito anche le lacrime. E fu in quell’istante, in cui mi resi conto che ero nel buco nero più profondo, che, a mia insaputa, si accese qualcosa dentro le mie viscere. Coprii i lividi con il correttore, coprii il mio corpo con abiti morbidi e larghi e andai a lavorare come sempre.
Mi menò la sera stessa, ma quella volta mi rialzai e bloccai un suo pugno; avevo il fuoco dentro e forse anche nello sguardo. Mi accorsi che era stupito, che quel fuoco lo vedeva, mentre mi osservava dentro gli occhi. Per la prima volta fui io a dire “provaci un’altra volta e ti ammazzo”, aggiunsi anche che le sue minacce di uccidersi se lo avessi lasciato non mi toccavano. Anzi, lo pregavo di suicidarsi, perché potevo dire con certezza che era una merda. Quella volta il lupo selvaggio che era in me era pronto a colpire per difendersi.
Per anni tutto questo racconto è rimasto accessibile solo a me e pochi “eletti”, poi ho iniziato a rendere partecipi altre donne che stavano cercando di mettersi in salvo. La mia fragilità di fronte alla disperazione di ciò che avevo vissuto e provato era sempre lì. Mi faceva portare poi una corazza serratissima, mi faceva vivere sempre sulla difensiva, in allarme. Ho dovuto lavorare molto, profondamente, lentamente, meticolosamente su questa ferita.
Un giorno compresi anche che non avevo raccontato le mie vicende perché mi sentivo di portare addosso il marchio della vergogna per l’accaduto. Oggi sorrido e provo tenerezza per quella Sara. La vergogna conviveva con me perennemente, aveva la sembianza di un disagio profondo che non mi faceva confessare che una donna sensibile, acculturata, bella e con il mondo del futuro davanti a sé aveva scelto di annullarsi e farsi “prosciugare” da un pazzo ignorante. Il peso di quella vergogna e di quel senso di colpa hanno smangiucchiato pezzi della mia anima come fanno le tarme in un cassetto dove conservi un maglione di cachemire che non usi più ma al quale tieni molto.
Quello è uno dei tratti del tatuaggio indelebile che portano addosso le vittime di violenza domestica, la vergogna.
Aver trovato il mio antidoto non è stato per nulla semplice e tanto meno veloce, ma il peso e la tossicità del non “iniettarmelo” stavano divenendo logoranti e letali.
Si può arrivare a dimenticare tutto questo? Mai! Ma si può giungere a scegliere percorsi che ti permettono di comprendere che non sei sbagliata, che non hai bisogno di approvazione, che non devi scendere a compromessi d’amore…
Arrivi a comprendere che “sei tua” come recita la scritta del fischietto.
Arrivi a comprendere che ti puoi permettere di scegliere tu i tuoi abiti, cosa mangiare e cosa dire, senza pensarti strana o sbagliata, che puoi guardare le persone dentro gli occhi quando parli loro. Che puoi continuare a sentirti bambina in mille cose importanti o banali, anche quando copri i capelli bianchi con la tinta, che puoi anche permetterti di essere intelligente e profonda senza temere di spaventare qualcuno. Comprendi che un giorno puoi vestirti come una suora e il giorno dopo come Dita von Teese semplicemente perché ne hai voglia.
Comprendi che la libertà è qualcosa di profondamente vivo e scorre dentro ogni singola cellula del tuo essere.
“Sono mia” è una voce silenziosa e non hai bisogno di dimostrarlo a nessuno o di urlarlo.
Allora, solo allora, quando avrai compreso tutto questo, i fischietti, le storie raccontate dalle altre donne, le parole – e sempre meno gli incubi e le paure – avranno un significato diverso e soprattutto avranno una nuova denotazione.
Ti aiuteranno a sentirti sicura che non solo hai imboccato una strada nuova, ma che ti sorridi allo specchio e che non ha più alcuna importanza se ti hanno spaccato le ossa, perché oggi quelle ossa si sono irrobustite e ti sorreggono in nuove vite. Fiere di essere lì senza se e senza ma.
E sì, faticherai a volte e ti chiederai se quell’amore che ricevi te lo meriti davvero, ma comprenderai anche che il tuo processo di vera e profonda guarigione si è innescato in quel preciso istante in cui hai bloccato quel pugno ed eri quasi convinta che da quel buco nero ci saresti uscita solo dentro un sacco della scientifica. E non importa quanti decenni o anni ci hai messo per capirlo, perché quello che conta è che ti sei data – e lo hai scelto tu – la possibilità di essere davvero te stessa e di essere davvero felice.
In questa mia nuova vita, da un po’ di tempo, indosso un anello all’anulare della mano sinistra e mai avrei immaginato che ci fosse un’anima incarnata in un corpo maschile così speciale e affine a me… Sono riservata e ho imparato a proteggere tutto ciò a cui tengo davvero… Questa volta non vi è vergogna ma vi è sacralità.
La vita, a volte, compie dei viaggi labirintici solo perché avevi regolato il tuo Tom Tom sulla dicitura “strade sterrate e tortuose”, lo ha fatto la tua anima perché lei sa che è solo su quelle strade che può evolvere e colorarsi, prima di riportarti a casa ed essere davvero se stessa.
Gli errori e la profonda sensibilità non sono qualcosa per cui condannarsi, sono una parte importante di noi. Io oggi sono fiera di quello che sono, ancora molto timidamente, ma lo sono.
Questo è quello che dico oggi alla donna che porta quel tatuaggio invisibile e lo indossa pensando che sia una condanna, perché se ce l’ho fatta io, allora…

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