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Lasciare andare

Ci sono stati giorni in cui il mio corpo mandava messaggi che non riuscivo a interpretare, mi parlava in una lingua che ancora non avevo appreso… e così, ho iniziato a stare e non più a cercare… 

Ho vissuto in una sorta di bolla del senza tempo e senza spazio, senza orari, mete, scopi, abbandonando ogni tipo di contatto con ciò che era materico per posare i polpastrelli dentro il tracciato del mio Dna animico. Solo così ho potuto sentire tutto ciò di cui sono fatta, ed è stato come lasciare il corpo e poi tornare ad abitarlo per la prima volta. 

Ho vissuto ogni istante per quello che era, per quello che veniva senza troppi ragionamenti, ricerche delle risposte e anche in totale assenza di domande. “Sentire e non capire.”

Ho abbandonato tutti i miei rituali per “concedermi” un non far nulla, dentro il vuoto che non è assenza ma presenza, per poi ritrovarli con una nuova leggerezza e lentezza e con un significato differente. Ora li abito, come quando scegli di amare qualcuno ogni giorno come fosse il primo, ma con la ricchezza e l’intensità che sono il frutto di vite e anni condivisi.

Ho rivisto come su una pellicola ogni singolo blocco di cemento che mi ha portata nel buio più profondo di un oceano che ha abitato la mia anima in silenzio e l’anima di tutti quelli che mi hanno preceduta. 

Credo di essere davvero libera in questo momento storico della mia vita, una libertà che, anche solo concettualmente, molti non immaginano e non comprendono. La parola libertà ha un significato ben preciso nel dizionario, ma poi acquista sfumature intense e precise per ognuno di noi.

La mia libertà di questo periodo è essere totalmente Sara in ogni singolo istante di vita, in ogni respiro; abitare la libertà di essere me stessa, di non dover spiegare, di fare solo ciò che sento affine alla mia anima, di amare profondamente di quell’amore che non ha rumori pronunciati da parole ma silenzi degli sguardi e dei gesti. Libertà di nutrirmi di ciò che mi chiedono corpo e anima… senza ragionarci sopra, ma solo mettendomi in ascolto. È così che ho appreso la nuova lingua. 

In questo manifestarsi mi sono resa conto che il percorso che mi ha portata fin qui si è composto di numerose, infinite trasformazioni di me, sia dentro che fuori. 

La ricerca dell’anima è stata spesso un campo minato, un parto doloroso e sanguinoso, dove sono stata vittima e carnefice, ma ciò che ne è arrivato è un mondo composto da pace, armonia e silenzio, un mondo che sembra il passo felpato dei felini, fatto di consapevolezza, coscienza e presenza, sia nel relax che nell’azione.

Anche con il “mio fuori”, quello che io e Dora chiamiamo “l’involucro”, ho avuto un bel daffare, tanto che – a un certo punto – mi sono resa conto che sentivo il bisogno di non identificarmi più con ciò che vedevo riflesso nello specchio. So che può essere di difficile comprensione quest’affermazione… Identificarmi con ciò che vedevo riflesso nello specchio mi ha portata per tanto tempo a una ricerca di perfezione che stava nella mia mente, a un voler arrivare a qualcosa che mi sono resa conto non esistere più ora, perché era il frutto di una sorta di insicurezza dell’anima e del karma. Insicurezza che ho identificato essere il prodotto di ciò che scorreva dentro tutte le me composte anche da alcune me che erano un loro, dove il loro erano le donne e gli uomini delle generazioni che mi hanno anticipata nel tempo… 

Me che ora riconosco non appartenermi più. C’erano delle Sara che ho compreso non essere di Sara. Sia chiaro, sono sempre quella che esce di testa per i capi indossati da Carrie, guardando i vecchi dvd di “Sex and the city”, ma non sono più quella Sara che se parte per un mese in moto si porta il Dyson, la piastra da viaggio, la vaschetta con il colore rosa e la polvere per coprire la ricrescita del colore rosso. Lo ho scoperto una mattina, l’ennesima in cui, guardandomi allo specchio, è nata – di nuovo – la domanda: tu chi sei veramente?

Il processo è stato tanto silenzioso quanto immediato! 

Silenzioso perché l’anima e il corpo si sono allineati e hanno iniziato a “lasciare andare”…

Lasciare andare ciò che credevo di me, del mio personaggio incarnato in questa vita, lasciare andare quello che ero stata, quello che è successo e ciò che mi teneva ancora attanagliata al dolore di certe vicende, emozioni, vissuti, eventi che l’umano definisce fallimenti. Mi sono resa conto che il dolore e la rabbia per ciò che è stato, e che credevo di aver guarito, erano lì, minori ma presenti; erano lì – nel mio sguardo – ogni volta che davanti allo specchio mi giudicavo alla ricerca di quella perfezione che mi ha sempre portata a percepirmi come imperfetta. 

Mi sono venute in mano alcune fotografie di me di qualche anno fa, pochi in realtà, e mi sono ritrovata a pensare che la “perfezione” era davvero in quelle immagini e che allora ne ero completamente inconsapevole. 

Lasciare andare tutte le proiezioni di quella me che avevo “costruito e inseguito”, di quella me a cui miravo accanendomi in allenamenti e piani alimentari davvero al limite dell’umano. 

Mi sono guardata allo specchio e ho compreso che non ero libera come credevo! Mi sono resa conto di essere schiava di me stessa e delle mie credenze, delle mie seghe mentali consce e inconsce, del mio giudice interiore (perché poi stranamente del giudizio degli altri non me ne è mai effettivamente importato), della vocina che si soffermava sempre su ciò che secondo lei era imperfetto senza guardare il resto, ciò che c’è e che è meraviglioso semplicemente per il fatto di esistere. 

Mi sono passata una mano tra i capelli, lunghi, rossi e rosa e ho sentito il bisogno di togliere tutto e di smettere anche di contare compulsivamente i giorni sul calendario per prenotare l’ennesimo appuntamento per coprire la ricrescita. Mi sono vista rasata quasi a zero, con i capelli grigi o bianchi e mi sono sentita io. 

Questo è stato il bisogno di non identificarmi più con ciò che vedevo riflesso nello specchio, con il numero che compare sulla bilancia, con la taglia di un cartellino del capo che sto per indossare. Con quell’idea di perfezione – sempre e comunque impeccabile – che forse mi si è incollata addosso dall’avere come padre qualcuno che sembrava uscito dall’atelier di Yves Saint Laurent, anche quando se ne stava semplicemente in cucina la domenica mattina a preparare un ragù. E non lo scrivo per alzare il dito, ma per identificare con un nome ciò che mi si era impresso nel Dna e che ora lascio andare… Riconoscerlo, accoglierlo e solo dopo lasciarlo andare. 

Ho lasciato andare – credo – le ferite del corpo e dell’anima e, forse per la prima volta nella vita ho visto e amato profondamente le mie cicatrici, tutti i punti di sutura che porto addosso – ben visibili sulla pelle e invisibili dentro il cuore – che ora sono solo la celebrazione del fatto che sono viva. Coraggiosa, forte e viva. 

Stare con quello che c’è e seguire solamente ciò che sento sembra essere diventato il mio nuovo mantra. Mi sento un’anima in cammino che si sta costruendo nuovamente dentro un’identità che prende forma – piano piano, respiro dopo respiro – sia nel dentro che nel fuori, un’anima che sente e avvalora la preziosità di ogni istante che scorre con la sabbia della sua clessidra e che intende mettere a tacere la “vocina”. 

Per essere libera, libera davvero, dovevo ancora compiere un ulteriore switch, quello celebrativo per raggiungere quel grado di libertà a cui la mia anima mirava nella sua totalità e complessità.

Nulla è definitivo, lo so. Ne ho piena coscienza, in modo oggettivo, quindi ora va bene così, magari tra sei mesi sentirò il bisogno di farmi biondo platino e allora sarà perfetto il biondo platino! Ma… il bisogno di sentirmi me stessa dentro la mia pelle… forse anche “senza maschere e costruzioni artificiose”, mi ha portata a vedere una nuova Sara riflessa nello specchio. 

Si può dunque lasciare andare qualcosa che è dentro la parte più animica di te affidando i tagli di mille cordoni ombelicali alle forbici di un parrucchiere? Sì! Assolutamente sì. L’ho fatto ormai da due settimane. 

Saluto dunque tutte le mille versioni di me e chiedo scusa anche a ognuna di esse per tutte le menate e le critiche che ho emesso, ma – del resto – sono sempre più certa che ogni tassello del puzzle fosse necessario per compormi fin qui. 

Ora guardo tutte le mie foto – che non sono molte in realtà – e sento che in ognuna di esse ero “perfetta” così come ero. 

Costruire un nuovo modus operandi è la cosa più difficile che la mente possa fare, perché, sì, la mente è davvero bastarda a volte, ma quando il linguaggio si fa più docile, più dolce e più spensierato si possono scrivere milioni di nuove pagine dentro il libro della vita. 

Lasciare andare le convinzioni di ciò che credevi di essere o ciò a cui miravi che era solo il risultato di un sentirsi inadeguato è – ovvio a parer mio – la più grande delle liberazioni e delle vittorie che un’anima possa fare per incarnare davvero e profondamente ciò che è venuta a fare: essere semplicemente se stessa. 


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