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La responsabilità della scelta 

In questi giorni sono al mare, amo vivere davanti al mare, mi dona una dimensione interiore di grande pace e mi fa sentire in grande connessione con la Pachamama. 

Non importa per quanto tempo io viva qui, perché mi capita ogni giorno di stupirmi più volte e restare in estasi e in silenzio davanti a questa bellezza che reputo piena e coinvolgente…

Mi incanto davanti a ogni elemento della natura, mi si riempiono gli occhi del colore dell’acqua, del verde della vegetazione che qui è particolarmente rigogliosa dodici mesi all’anno, dei colori vivaci dei fiori che mutano forma e sfumatura, dei canti dei gabbiani che vivono sui tetti di fronte…

E mi stupisco, spesso, anche degli “abitanti umani” che popolano questo territorio.  

Stare davanti alla natura è qualcosa che mi manda in totale visibilio; e non mi importa se sia estate o inverno, se ci sia il sole o le nuvole, ma, la mattina, io amo svegliarmi e fare un respiro profondo guardando il mare sentendomi grata.  

Quando vivevo al lago, spesso, mi veniva chiesto come fosse possibile che scendessi sulle sue rive ogni giorno, mi sentivo domandare se non mi annoiassi… “Ma sei sempre al lago, non ti annoi?” ed io ogni volta rispondevo con un secco “no”. Hai mai visto un’alba uguale a un’altra, un cielo identico, un fiore uguale a se stesso nel trascorrere dei giorni o uguale a un altro fiore? 

Lo avevo notato allora al lago e da tempo – ahimè – anche qui: le persone si abituano alla vita e anche alla bellezza, la maggior parte vive qui come si fa ovunque, ossia di corsa e senza guardarsi attorno. Molti sono nati qui, ma molti ci si sono trasferiti, andandosene dalle grandi città, da posti freddi, da meccanismi che definiscono “da criceto nella ruota”, eppure la maggior parte oggi vive al mare come faceva nelle grandi città: ha perso la capacità di guardare. Oh sì, il mare lo vede, ma non lo guarda più. Da una ricerca veloce in Google: vedere è l’atto passivo e involontario di percepire immagini con gli occhi; guardare è un’azione attiva, volontaria e intenzionale, che implica dirigere lo sguardo su qualcosa con attenzione. Vedere il mare davanti a sé ogni giorno ma non guardarlo. 

Gli esseri umani sono meravigliosi, ma hanno dei buchi nell’anima: lottano per avere qualcosa (e non parlo solo di qualcosa che sia tangibile) e quando lo ottengono, spesso anche con molta fatica, iniziano a darlo per scontato e perdere il senso del suo valore. Lo vedono, ma non lo guardano più, quindi è come se non ci fosse. In questo posto che trovo poetico, bello, un posto dove ogni elemento della natura sembra scoppiare di vita, molti si svegliano di fronte al mare ma non lo notano più. Il mare è lì, è normale che lo sia, ma è qualcosa di scontato e che non suscita alcuna emozione, alcun sussulto. 

Non sono un giudice su un piedistallo che sta emettendo un giudizio di condanna a morte. Sono un essere umano che se ne va in giro con due occhi sgranati e felici di poter avere il mare o questa vegetazione rigogliosa e unica davanti al naso, anche dopo mesi, e che ogni giorno sceglie di guardare e non solo vedere.

Ok, ho 55 anni e ancora me ne vado in giro con un flacone di bolle di sapone, quindi sono – forse – un essere umano un po’ fuori dal comune… ma fatico davvero a credere che una persona la mattina alzi la tapparella e non si senta grata o felice di avere davanti agli occhi il mare o comunque qualcosa che ha scelto. Che sia il mare, il lago, la sabbia del deserto o il ferro della Tour Eiffel non ha importanza. 

Per me la modalità che adottiamo per “guardare le cose” – e di conseguenza la nostra vita – è strettamente legata al concetto di responsabilità. Ho la responsabilità di scegliere ogni istante dove posare lo sguardo e come, cioè che tipo di importanza dare a quell’elemento. È evidente che non sono un’illuminata, il Buddha o una guru, che vive full time a gambe incrociate in spiaggia e in contemplazione; sono una persona che ha scelto di essere una libera professionista che per lavorare ha bisogno solo della sua mente e di un pc (avrei mille cose da raccontare a riguardo di questa scelta e delle sue implicazioni…).  È evidente che ho molte, moltissime cose da imparare ancora a riguardo della vita e dell’esistenza – e spero di farlo fino al mio ultimo respiro, dovessi morire domani o arrivare all’età di 100 anni – ma ho imparato sulla mia pelle che se non mi prendo la responsabilità di ciò che penso, provo, scelgo, allora ho perso la possibilità di essere me stessa. La ho persa perché sto affidando a qualcun altro (un qualsiasi altro esterno a me, persona o contesto, o evento) il potere di scegliere al posto mio. 

Anche non scegliere è una scelta, posso decidere di muovermi o posso decidere di stare ferma; non scegliere ha la stessa potenza dell’aver fatto una scelta. 

Ad esempio, per me alzare la tapparella ogni mattina senza guardare davvero il mare significa non usare quei pochi minuti per donare a me stessa bellezza e pace; due elementi che hanno il potere di cambiare completamente il mood della mia giornata. 

Il mood lo cambiano anche quando so a priori che quel giorno ci saranno aspetti difficili o di dolore da affrontare. La vita di ognuno di noi ha questi momenti, nessuno escluso, ma poter pensare di avere la responsabilità di scegliere dove posare lo sguardo, e come provare a sentirsi, può fare un’enorme, gigantesca differenza. 

Scelgo ogni giorno di prendermi una manciata di minuti per essere grata della bellezza che i miei occhi guardano, la bellezza che mi trovo davanti, e lo faccio sia che io sia al mare o di fronte al lago o nel mezzo del cemento di una città che corre. Non voglio più affidare ad altre persone o agli eventi della vita la responsabilità di decidere al posto mio. Lo ho fatto in passato e oggi so che allora ho scelto di farlo, sì, ho compreso che anche in quel caso la responsabilità di quella scelta è stata mia. 

Ciò significa che in questo presente vivo solo ed esclusivamente giornate saltellanti, felici, “semplici”? No, vivo anch’io alcune giornate che sono complesse o che mi portano ad affrontare delle difficoltà, ma poter essere cosciente che posso provare ogni giorno a fare del mio meglio o posso scegliere dove “dirigere” il mio sguardo – esterno e interno – fa un’enorme differenza. 

Per me la fa. 

Ormai da tempo, ho anche scelto di non “perdere” più nemmeno un minuto al giorno per ascoltare chi – da sempre – si dedica al lamento, al piangersi addosso, alle critiche o ai giudizi distruttivi. Ognuno è libero di vivere la propria vita come crede, libero di scegliere alcune parole o altre. Ognuno scelga per se stesso. Io scelgo di non passare più nemmeno sessanta secondi nel “rumore” della lamentela, preferisco stare nella “pienezza” del silenzio. 

Sono convinta di avere la responsabilità di provare a cambiare le cose quando non mi piacciono o, almeno, di provare a migliorarle. E, quando mi rendo conto che ora non è possibile, cerco di “accettarle” cercando di non peggiorare la qualità della mia vita con menate che ritengo inutili per me stessa e ancora di più per le persone che ho intorno.

La vita mi sta insegnando che tutto questo si chiama “centratura” o equilibrio emozionale. Quell’equilibrio a cui ho mirato per tanto tempo in passato… 

Questo – per me – si chiama responsabilità di scegliere ogni giorno dove stare. E questa volta non intendo se stare al mare o in città, ma dove stare nel mondo emozionale. Se stare nella frustrazione, nella rabbia, nella paura, nella pace, nello stupore, nella bellezza o nella gratitudine… e molto, molto altro… 

Compio questo tipo di scelta ogni mattina quando apro gli occhi, decidendo di farlo in modo costruttivo; e non importa se si tratti di un giorno che potrei definire “ok”, perché lo faccio ancora di più consapevolmente proprio in quei giorni che potrebbero essere “no”, giorni in cui questa stessa vita mi mette di fronte a una sfida. 

Scelgo di essere stupita e grata di fronte al mare, a quel pezzetto di cielo azzurro o bianco nuvola, a quel fruscio del vento, a quello scroscio di pioggia, a quel canto lungo dei gabbiani… ogni giorno come fosse la prima volta, come fossi una bimba di cinque anni che ha un cinque in più se calcoli quegli anni leggendo la carta d’identità!

Ti chiederei quindi di fare una cosa: prova a calcolare quanto fa un minuto al giorno per 365 giorni e per tutti gli anni che pensi potresti vivere ancora. Bella cifra vero?  

Scegli giorni di bellezza o di lamentela? Cosa hai scelto fino ad ora?

Adesso, forse, concorderai con me che esiste per ognuno di noi una grande responsabilità: la responsabilità della scelta.


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