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Festa del papà?

Ci sono donne che restano per sempre bambine e ci sono bambine che sono già nate donne, ma fragili come dei cristalli…

In questa giornata che la tradizione vuole essere la festa del papà, penso a chi, come Dora D., in fondo un padre l’ha avuto solo sul certificato di nascita e ha sostituito la sua immagine con quella di un nonno…

L’amore di Dora per nonno e di nonno per lei trasuda per tutto lo scorrere del libro… spinge sul cuore ogni volta che lei termina una pagina del suo diario scrivendo: “Nonno dove sei? Tienimi per mano…”

Tratto da “Pelle come carta”

NONNO

Si dice, è tradizione, che ogni bambina si innamori del proprio papà. Sono stata unica e strana anche in questo. Io non mi sono mai innamorata del mio papà, anzi, ci sono stati, a essere sincera, tanti momenti della mia vita dall’età più piccina a una più adulta che io mio padre lo ho, come dire, forse, odiato. Per quanto all’interno del mio cuore sia difficile dire che possa esistere il sentimento odio, ma qualcosa di molto simile forse all’odio, per lui, lo ho sicuramente provato nel corso degli anni.

A volte mi sono chiesta se già mentre ero nel pancione di mamma e lui le faceva le sue scenate e la trattava male, dicendole che era una “stupida” o quando le metteva in ordine preciso i barattoli sui ripiani o le matite sulla scrivania, facendo queste scenate come mi è capitato di vedere in alcuni film in cui il lui in questione era un pazzo psicopatico, ecco, io mi sono chiesta se già da lì dentro e durante quei nove mesi, io avessi iniziato a odiare quella voce che ho sempre e quasi solo sentito urlare contro mamma o noi e mai e dico mai pronunciare un: “Ti amo o ti voglio bene”. Lui era calmo, gentile e affabile con il resto del mondo ma mai con noi. Io non lo ho mai mitizzato, non ho mai detto come fanno tutte le bambine: “Voglio sposare un uomo come mio padre!”.

Da bambina e ora col senno di una quasi quarantenne, sono sempre più convinta che l’immagine più bella di un essere maschile sia quella di nonno e, se si debba parlare di innamoramento, allora, ho una idea molto chiara: io ho amato profondamente il nonno, il babbo di mamma.

Lui ha rappresentato per me l’immagine più stupenda di uomo, lui è quello che ho mitizzato, lui è l’essere maschile che reputo il più speciale, il più sensibile, il più intelligente, il più educato, il più cavaliere, il più delicato, il più affettuoso, il più paziente e del resto, se ci penso, mi ha trasmesso talmente tanto nel corso degli anni e tutto quello che mi ha donato a livello intellettivo e sensibile, è qualcosa di talmente importante che, potrei dire che forse, sì, era un uomo perfetto.

Anche nel rapporto che aveva con nonna, ho delle immagini e dei ricordi di profonda tenerezza, tutte le sue mille e piccole ma continue attenzioni anche dopo anni, decenni, una vita passata insieme. Si tenevano per mano, anche solo per andare al bar a bere il cappuccino, o quando uscivano il pomeriggio a fare compere. Un anno che ero da loro a Parigi in pieno inverno e aveva nevicato tanto, ricordo ancora che nonno mi lanciava le palle di neve facendole con una mano sola perché con l’altra teneva la mano di nonna.

Ho ancora davanti a me il suo sorriso, quel sorriso che il mondo intero dice che ho preso da lui e se ci penso, non lo ho mai visto un solo giorno con il muso, arrabbiato o imbronciato, non lo ho mai sentito alzare la voce; lui era uno che ti diceva in faccia quel che pensava, era un uomo sincero, ma con una tale delicatezza e grazia che ti apriva la mente anche quando era severo e magari ti rimetteva in riga perché stavi facendo matematica o solfeggio con lui e allora ci voleva disciplina.

Sento ancora il suo fischiettare, il suo canticchiare nel momento in cui passeggiava o quando si dedicava al giardino, o all’orto, o quando si occupava delle rose che aveva piantato per nonna; lo ricordo ancora quando da bambina, mi permetteva di raccogliere la verdura e mi indicava con una pazienza folle cosa fosse pronto e cosa no, inginocchiati uno accanto all’altro, nonno mi mostrava cosa potevo togliere dalla terra e cosa dovevamo aspettare magari per qualche giorno. Adoravo il suo dito indice che mi mostrava il ciuffo di una carota che finiva poi tra le mie dita per essere tirato fuori dalla terra. O quando mi teneva sospesa nell’aria e mi faceva raccogliere la frutta, dicendomi cose tipo: “Dieci gradi a est vi è una pera matura!”.

Ho amato la sua calligrafia particolare e raffinata, lui era uno che ti mandava per posta gli auguri scritti per il compleanno, per l’onomastico, il bigliettino per Natale e poi ti chiamava al telefono la mattina presto per farteli a voce, ti portava dolci e regali per festeggiare e credo che tutto questo sia vero amore, romanticismo puro, delicatezza, avvenimento di un altro tempo.

Il suo era il modo più silenzioso e delicato che un nonno potesse avere per farmi sentire tutto il suo bene, per aiutarmi a crescere con tutto quell’amore che lui sentiva mi mancava nel più profondo del cuore da mio padre.

Io ancora ricordo il profumo del suo dopo barba ogni volta che lo abbracciavo, il suo essere liscio e perfettamente rasato ogni giorno, rivedo quel suo viso che era super paffuto, ricordo ancora quando appoggiavo le mie guance alle sue. E poi il suo abbraccio: io dentro alle braccia di quell’omone super alto e robusto, mi ci sentivo a mio agio, mi ci sentivo amata, protetta, mi ci sentivo contenuta con amore, mi ci sentivo a casa, mi percepivo come in un mondo fantasioso e sensibile che era il suo mondo che mi trasmetteva.

Adoravo sedermi sulle sue ginocchia e starci un pomeriggio intero. È stato in braccio a lui che ho iniziato a leggere, a scrivere, che ho impugnato i miei pastelli a cera per colorare quei buffi quaderni in bianco e nero che si regalano ai bimbi, è con lui che ho appreso a leggere la musica e fare solfeggio con la mia mano destra, è stato in braccio a lui che poco più che bimba ho deciso che avrei suonato il violoncello, è stato tenendolo per mano che ho fatto il mio primo ingresso al Louvre e poi a tutte le gallerie d’arte della Ville Lumière.

La sua passione per la lettura, per la musica, per ogni cosa che fosse espressione dell’animo umano e quindi arte, la sua passione per il mare, forse per me un po’ meno quella per la matematica e la chimica, anche se è grazie a lui che poi risolvevo equazioni complicatissime come fossero semplici giochetti da bambini o sperimentavo pozioni magiche nel suo studio. È lui che mi ha insegnato il significato della parola rispetto, la delicatezza d’animo che ancora oggi mi porto dentro.

Non dimenticherò mai quando da bambini portava ogni pomeriggio me e mio fratello a passeggiare e ci permetteva di salire sui muretti e ci teneva per mano. Su questi muretti dove ogni tot metri vi erano dei piccoli buchi, lui aveva l’infinita pazienza di fermarsi con noi e di permetterci di simulare ogni volta lo stesso gesto: il nostro piede che si intrufolava in questi buchi di cemento come imprigionandoci. Ricordo quando mi teneva per mano e non c’era bisogno di parole per fargli capire che volevo una presa più serrata, una mano più “forte” che mi facesse sentire che non sarei caduta, che lui era pronto ad afferrarmi, che lui era lì per me. Non ho mai tenuto la mano di mio padre ma quella di nonno era come un prolungamento della mia.

Un ricordo che spesso mi affiora, era la pazienza di ore e ore che aveva con me e Massimiliano, quando lui e nonna ci portavano dall’orto fagioli e piselli e noi imperterriti non volevamo permettere a nessuno di aprirli, di pulirli se non a noi due con la collaborazione del nonno. Incredibile immaginare questo omone seduto in cucina al tavolo con noi, rigorosamente in mezzo a noi, che ci aiutava a sgusciare fagioli e piselli per ore; e se penso che, a volte, lo rendevamo pazzo perché come due folli correvamo dalla cucina al balcone e poi da fuori di nuovo dentro passando per la sala, con in mano le bucce che gli infilavamo sopra le orecchie per fargli fare un extraterrestre e lui si limitava ogni volta a togliere tale buccia per preparare così le orecchie vuote e pronte ad accoglierne di nuove al nostro rientro. Mi sembra di sentire ancora il suono delle nostre risate, a crepapelle, come due matti e lui che faceva finta di essere sorpreso ogni volta e ci faceva enormi sorrisi e nonna che si “agitava” perché diceva che non era possibile che ogni volta ci mettevamo pomeriggi interi per pulire un sacchetto di verdure o che non dovevamo mettere le bucce sulle orecchie di nonno e lui con una calma sconcertante, le diceva di lasciarci fare.

E poi un pomeriggio, ero adolescente e avevo avuto l’ennesima discussione urlante con mio padre, ero senz’altro una adolescente troppo viva e ribelle per sottostare alle sue infinte regole mai spiegate, ai suoi musi, alle sue ripicche dato che ogni volta che litigava con mamma poi metteva il muso anche a noi. Quel pomeriggio scoppiai e con sguardo di sfida, come facevo ogni volta, gli vomitai addosso tutto il mio sentire e le mie ragioni ma non solo, gli dissi che mi aveva scocciata, che come padre faceva schifo, che era una gioia quando se ne partiva in viaggio e ci lasciava respirare, che era un generale fascista come suo padre e uno stronzo anche con mamma e fu la prima e la sola volta che mio padre mi diede uno schiaffo. Uno schiaffo mentre mi fissava dentro gli occhi tanto che fui certa che quell’uomo ci odiava. Me ne andai in camera mia, illuminata da una idea e lacrimante. Ne uscii quasi un’ora dopo, trascinando una enorme valigia. Ancora ricordo che la lasciai all’entrata sotto lo sguardo sbigottito di tutti (il personale a servizio da noi) e di mio padre e di mia madre e presi il telefono, mi chiamai un taxi e poi chiamai nonno, chiedendogli se potevo andare da lui con la mia valigia. Avevo le lacrime mentre facevo tutto questo, avevo le lacrime mentre dicevo tutto questo in un solo fiato e nonno, con il quale non c’era mai bisogno di aggiungere nulla, perché mi leggeva dentro o solo guardandomi sapeva, o solo dal mio ciao sentiva, si limitò a dire “Io sono qui”. Sapeva che se avevo fatto la valigia, era solo una saggia decisione dirmi di sì, perché già allora ero una tale testarda.

Ecco, è stato di sicuro questo l’uomo più importante della mia vita, l’uomo che non ho mai lasciato uscire dal mio cuore, l’unico uomo che non mi ha mai fatto il più piccolo dei graffi e purtroppo questo è stato anche il primo uomo che mi ha fatta sentire in colpa perché quando ha smesso di respirare, io non ero lì! Col tempo però ho imparato a capire che non lo ho salutato perché lui non se ne è mai andato. Ci sono stati momenti di infinita disperazione nella mia vita, nel periodo matrimoniale o in altri, durante i quali ho come avvertito la sua delicata carezza, il suo abbraccio contenente e forse, grazie alla sua vicinanza, ho trovato la forza per reagire, per non arrendermi, per ridermi addosso o sorridere e per andare avanti e anche per non raggiungerlo.

Io che non ho memoria fotografica e non ricordo spesso le voci, io che sono un disastro coi ricordi in generale, del nonno ricordo infinite cose che mi riempiono il cuore, ricordo il suo profumo e dopo di lui non lo ho mai più sentito, ricordo il suo sorriso, ricordo tutto il suo viso, ricordo il suo fischiettare, il suo pronto al telefono, il suo muovere le mani a ritmo di musica, il suo scrivere lento, le sue matite rosicchiate, il suo camminare, il suo passo e la sua andatura, la sua mano morbida nella mia, il suo andare ogni mattina a comprare i quotidiani e tornare anche solo con una caramella o un dolcetto come pensiero per me, ricordo il suo sguardo silenzioso che mi avvisava che stavo per fare una cagata e la cosa che più ricordo e che mi manca ancora, fisicamente e forse maggiormente, è il suo abbraccio. Non riuscivo mai a chiudere completamente le mie braccia intorno alla sua circonferenza perché era troppo e così gliele buttavo al collo, facendolo scoppiare a ridere e ripetermi ogni volta di fare piano che lo strozzavo.

Nonno dove sei? Tienimi per mano…

In cuffia: Barbara – “L’homme en habit”


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