Scrivere per me è come respirare. Scrivere è mettere nero su bianco quello che a volte potrebbe scoppiare se restasse dentro al cuore…
Scrivere è anche dare voce a chi a volte non riesce a tirarla fuori… la sua verità, la sua vita, la sua rabbia, la sua tenerezza, la sua sofferenza, la sua gioia, la sua genialità…
Scrivo per me stessa da sempre, anche come terapia, anche per sfuggire a volte o per restare altre.
Scrivere è da sempre la necessità primaria. Mi dimentico di mangiare, mi dimentico anche di me stessa, quando le mie dita si impossessano di ogni mia cellula e mi costringono a buttare fuori le parole.
Io smetto di essere Sara e divento qualcun altro, sentendo ogni suo singolo respiro. Non importa che si tratti di un personaggio o di un essere umano vero.
Posso essere tutto ciò che voglio. Posso essere qui e posso essere altrove nello stesso identico istante. Come quando ero paralizzata dentro al letto e chiudevo gli occhi e poi andavo a correre sulla spiaggia, la mia spiaggia, in Messico… Quando tornavo nel letto, io avevo i capelli scompigliati, la pelle sporca di salsedine e sabbia e il sudore sulla fronte che gocciolava.
La mia mente e il mio cuore hanno dato vita a duecento pagine di una biografia, la biografia di una donna meravigliosa. E non chiedetemi chi è perché non lo confesserei nemmeno sotto tortura.
Da piccolina sono stata bullizzata, a volte. Mi chiamavano “la strega”, lo facevano per i miei occhi dai colori diversi, per i capelli lunghi e selvaggi, perché mi arrampicavo sugli alberi come fossi una scimmia, perché sparivo nei boschi da sola per ore e poi… perché nonna era una guaritrice.
Per un certo tempo, l’ho già scritto, ho odiato tanti aspetti di me e per tanto tempo ho negato, rifiutato la mia essenza più profonda: la capacità di sentire gli altri, di vedere cosa hanno dentro, il loro cuore, le loro paure, i traumi, le sofferenze più profonde, le angosce, le bugie e le verità. Io so vedere le persone come se fossero davanti a uno specchio con i loro demoni. Come se confessassero a se stesse il cratere più profondo o quel bisogno che hanno tenuto nascosto e represso per tanto tempo a tutti e a se stesse.
PAS: persone altamente sensibili.
Può dire tutto e può voler dire nulla.
Oggi so che la mia sensibilità è qualcosa di incontenibile, non confinabile, non limitabile; oggi so che è il dono più grande che mi sia stato conferito e lo celebro, lo onoro ogni singolo istante della mia vita in ogni piccolo gesto che compio o nella cosa più importante che faccio.
Ho consegnato duecento pagine di una biografia di una donna che il mondo conosce come di successo, come qualcuno di forte, sempre sorridente, che ama quello che fa e che affronta il mondo con ironia e profonda delicatezza, in punta di piedi.
Io ho visto tutto questo e ho visto dentro il suo sguardo – la prima volta che la ho incontrata – molto, molto altro che forse sfugge a chiunque. Ancora prima delle parole che mi ha affidato, ho ascoltato le crepe del suo cuore. La sua forza, la sua costanza, la sua determinazione, sì le ho viste – come le hanno viste in molti. Ma ho sentito qualcosa di molto più profondo e forte, ancora prima di sapere. Ho visto le sue lacerazioni, le urla gridate in silenzio nel pieno della notte in una stanza vuota.
Il senso di colpa quando qualcuno decide di togliersi la vita e tu non hai saputo intuirlo. Sono sempre più convinta che chiunque – prima o poi – arrivi per almeno una volta nella vita a provare e vivere una situazione del genere. Io, ancora oggi, il due di giugno penso ad Alessandro impiccato al centro del suo soggiorno, penso all’ultima volta che l’ho visto, al suo ultimo messaggio e al mio cuore che si è dilaniato per anni alla ricerca di pace per il mio senso di colpa. Lei lo ha provato ed è rimasta lì come una fortezza di cemento per sostenere chi credeva essere più debole e fragile di lei.
E, mentre rileggevo alcune righe di questa biografia che ho amato immensamente scrivere, ho identificato qualcosa che mi è risuonato così potente da perdere il respiro, da perdere il confine tra me e lei… una affermazione, cruda, forte, evidente all’anima e non a quello che sta fuori: io non mi sono mai sentita abbastanza! Mi sono sempre sentita inadeguata! Sbagliata!
Giù la maschera! La lacerazione, il mostro, il demone che più la ha abitata, che più mi ha abitata!
Sì, questa è la lacerazione più importante, la frattura più impattante, l’urlo più profondo, il pezzo di cuore esploso e più dolente che le anime immensamente sensibili provano per gran parte della loro esistenza incarnata, finché un giorno, con il mascara colato sul viso, quasi consumate dal dolore che le ha attraversate, non si rendono conto che tutte le loro fragilità le hanno portate a essere ciò che sono oggi: speciali, forti e, direi, invincibili!
Perché quando hai toccato il fondo e ti sei sdraiata a terra fisicamente o metaforicamente distrutta e a brandelli, sai che se ti metti in salvo dal mondo e da ciò che credevi di essere, allora – se ti alzerai – nulla potrà più sgualcirti.
Quell’urlo – che per tanto hanno gridato in silenzio come se avessero un cuscino davanti al viso – ora non ha più bisogno di esplodere. Ora nutre solo la necessità di essere visto e condiviso con chi può identificarlo e magari trattenerne un frammento perché diventi forza per divenire azione, per compiere quel primo passo per guardarsi – per la prima volta davanti allo specchio – e rendersi conto che la guerra verso se stesse è finita. Nasce così la certezza che da ora esistono solo la rinascita e la consapevolezza di ciò che è stato il divenire. Solo allora ci si rende conto dell’immensità che abita l’anima.
Io amo follemente il mio lavoro… lo ho scelto di essere il fantasma della scrittura come scelgo di respirare…
Se non lo facessi, non potrei vivere e intrecciare la mia esistenza con altrui essenze, non potrei onorare il mio dono, non potrei rivendicare quella bambina che si sentiva sempre estranea, non abbastanza, troppo magra e alta, con gli occhi dai colori diversi, che odiava il suo super potere di sentire la sofferenza altrui.
E non potrei dare voce a queste meravigliose donne che mi affidano le loro parole e le loro fragilità, perché io le traduca in emozioni tra le lettere battute velocemente sulla mia tastiera mentre ascolto a repeat la loro voce con le mie cuffiette rosa shocking.
Ore e ore registrate in cui indago, lascio parlare a ruota libera come dentro un confessionale, pongo domande, scruto i silenzi, osservo la postura, decodifico il tono della voce, osservo i movimenti delle mani, vedo e rivedo scene alle quali non ho partecipato fisicamente. Ci sono frammenti di pelle e viscere che prendono forma dentro alle pagine e cose mai dette che prendono voce in attesa che il diretto interessato le legga. Si creano connessioni che solo tra sorelle uscite dalla stessa madre si possono creare.
Sono grata a ogni minuto, a ogni parola, a ogni sospiro, a ogni risata, a ogni lacrima, a ogni confidenza che mi viene affidata con tanta fiducia e amore perché io ne faccia ciò che meglio sento.
Sono grata di tutta questa profonda fiducia riposta in me, prima come anima e poi come professionista. Non cambierei il mio lavoro con nessun altro al mondo.
E vorrei chiudere dicendo che questa donna è stata una sfida, ma anche una rivincita, perché temevo di aver perso i miei super poteri e la mia capacità di essere qualcun altro dopo una diagnosi importante che ora non esiste più se non su un foglio ospedaliero.
Quando qualcuno mi chiede se poi, in caso di successo, io sia “invidiosa”, non posso che sorridere e dire un secco: “No!” e non potrebbe essere che no la mia risposta. Io vivo le loro vite, io ricevo le loro confidenze, io mi rivedo in loro anche se ognuna ha il suo viaggio e il suo cammino. Io ho scelto di essere una ghost, non fare ma essere. Vi è un’enorme differenza.
Incontro anime di cristallo che sono ancora intatte come fosse un miracolo.
Vorrei e so che questo libro, quando uscirà, non potrà che scuotere gli animi e ogni donna che lo avrà tra le mani non potrà che rivedersi in molti dei suoi passaggi e desidero che resti primo in classifica per tanto, tantissimo tempo. Perché durante la stesura, nel momento in cui abbiamo condiviso pensieri anche scritti, io ho maturato anche un’altra convinzione: avrebbe potuto scriverselo da sola, perché da Sara scrittrice e da Sara divoratrice di libri posso affermare che scrive da dio, che le sue parole emozionano e arrivano nella parte più profonda di ogni ferita che è guarita. La sua “fragilità consapevole” non le permette ancora di vedere le realtà delle parole potenti che ha partorito con me.
Grazie vita per questo progetto intenso, femminile, fragile e immensamente forte!
Sono la scrittrice fantasma e resterò dietro le scene per questo ruolo, ma sarò lì a tenerle la mano come amica nel momento in cui dovrà rendersi conto che il mondo amerà di lei anche tutte le delicate parole di sofferenza e forza che sono uscite dal suo coraggio di essere sincera e mostrarsi senza maschere in queste duecento pagine che durano il tempo perfetto perché la crisalide si trasformi ed esca dal suo bozzolo. Ognuna di noi trova il suo modo e il suo tempo per arrivare alla guarigione dell’anima.
Grazie vita e grazie a te, anima meravigliosa.
In cuffia: Respire fort – Jeanne

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